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Ma perché non fa quel che le ho detto?

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Il paziente “irragionevole” o “aggressivo” è nato così oppure esistono motivazioni precise per quei comportamenti?

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Descrizione

Di Giorgio Bert – Edizioni Change 2006

Il paziente “irragionevole” o “aggressivo” è nato così oppure esistono motivazioni precise per quei comportamenti?

Di fatto esistono e questo testo insegna a riconoscerle e a trattarle, a cominciare dalla meno nota e forse più importante di esse: la reattanza psicologica.

La rivista Tempo medico del 9 marzo 2006 pubblica una recensione di questa nuova finestra di Giorgio Bert:

Ma perché non fa quel che le ho detto?
Chi non ha mai rivolto questa domanda a un proprio paziente, magari con malcelata irritazione, scagli la prima pietra.
Inspiegabilmente irragionevole, riottoso come un bambino, testardo fino all’esasperazione: verosimilmente questi sono gli epiteti che per primi vengono alla mente quando ci si trova di fronte alle inadempienze e alle trasgressioni del malato ribelle di turno. Ai quali, altrettanto presumibilmente, fanno subito seguito considerazioni del tipo: “Eppure, è così ovvio che quello che gli prescrivo è per il suo bene!” e “in fondo dovrebbe essere lui stesso a desiderarlo!”. Ma se le ragioni e gli obiettivi delle decisioni cliniche sono tanto inoppugnabili, perché così spesso i pazienti le mettono in discussione o, peggio ancora, le disattendono di nascosto? Dato per scontato cha non hanno nulla di personale contro il loro curante – altrimenti neppure lo consulterebbero – come si spiega la loro sconsideratezza?
Con un fenomeno psicologico tutt’altro che folle, che è stato designato per la prima volta negli anni ’60 con il termine “reattanza”. A descriverlo a Tempo Medico, con riferimento alla sua manifestazione tipica nel rapporto medico-paziente, è Giorgio Bert, responsabile del dipartimento Counselling, comunicazione e salute dell’Istituto Change – Scuola superiore di counselling sistemico, che dalla sua sede di Torino organizza in tutto il territorio nazionale eventi formativi per lo sviluppo delle abilità di comunicazione e reazione in ambito professionale.
“La reattanza psicologica è uno stato motivazionale che insorge quando un individuo percepisce che qualche sua libertà di comportamento viene ridotta o eliminata” spiega Bert.
“In questo caso l’importanza del comportamento minacciato e il desiderio di attuarlo aumentano enormemente – è il cosiddetto “effetto del frutto proibito” – e l’individuo reagisce sforzandosi di preservare o di ripristinare a ogni costo la libertà eliminata – si parla infatti di “effetto boomerang” – indipendentemente dal fatto che il comportamento messo in atto sia per lui proficuo o, al contrario, svantaggioso. E’ esattamente quello che avviene nel caso del paziente che, a suo discapito, non segue le prescrizioni del medico”.
La reattanza, quindi, è qualcosa che i medici conoscono bene, almeno nei suoi aspetti fenomenologici. E ne percepiscono altrettanto bene la spontaneità e irrazionalità, alle quali reagiscono nel modo apparentemente più ovvio, cioè contrapponendo di volta in volta le argomentazione logiche del caso. Vale a dire: se il paziente è irragionevole, basta farlo ragionare. Questo, invece, è l’errore tattico che rende il problema della non compliance o non adherence come oggi si preferisce chiamarla, così refrattario a ogni intervento.
La spiegazione a questa apparente contraddittorietà del fenomeno la offre ancora Bert, che sui dilemmi professionali sollevati dalla reattanza psicologica e sulle possibili soluzioni funzionali ha da poco pubblicato un breve manuale di utilità pratica (Ma perché non fa quel che le ho detto? ): “Poiché si tratta di uno stato motivazionale, non razionalmente guidato, è poco utile tentare di opporvisi usando la logica, la ragione, le esortazioni, le minacce: questi interventi tendono, all’opposto, a incrementare nei pazienti la risposta perseverante e a indurre atteggiamenti fatalistici e depressivi. Uno stato motivazionale non può essere contrastato se non cercando di rendere possibile la costruzione di motivazioni alternative”.
Perdite del controllo e frustrazione: questo è, dunque, il reale vissuto dei pazienti cosiddetti indisciplinati. E questo è quello che il medico deve saper leggere tra le righe dell’apparente cocciutaggine dei suoi assistiti, invece di impegolarsi in snervanti patteggiamenti su restrizioni dietetiche e protocolli terapeutici, per poi ritrovarsi a sua volta deluso dalla scarsa efficacia applicativa della sua competenza tecnica.
Oltretutto ci guadagnerebbe, e non solo in termini di miglioramento del rapporto con i pazienti. “L’affinamento delle tecniche comunicative permette al medico di impiegare il tempo destinato alla consultazione in modo più proficuo e di ridurre i momenti di conflitto” afferma Bert. “Si tratta di un investimento produttivo, non di un ulteriore sovraccarico di lavoro e di stress come qualcuno teme”.
In questo, il meccanismo della reattanza psicologica appare molto istruttivo, perché obbliga ad attuare un cambio di prospettiva: quello che nella professione medica sembrerebbe, a rigor di logica, l’elemento preminente, cioè la competenza tecnica, non è la risposta unica e sufficiente ai bisogni del paziente. A volte, anzi, occorre metterla da parte, smettere di “predicare” al paziente quello che deve fare e in base a quali inappellabili ragioni scientifiche e ascoltare quello che lui si sente di fare e in base a quali altrettanto inappellabili motivazioni personali.

Monica Oldani